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Giovane proibita


di tqntavoglia
07.07.2025    |    207    |    0 8.7
"Le aprii le gambe e la leccai lentamente, fino a sentirla stringermi la testa tra le cosce..."
Mi chiamo Marco, ho 41 anni, vivo a Padova. La mia vita è sempre stata regolare, quasi metodica. Un lavoro ben pagato, una casa in centro, relazioni stabili ma mai memorabili. Eppure, dentro di me, da anni sentivo crescere una fame diversa. Un vuoto che nessuna donna, nessun rapporto, era riuscito a colmare. Finché quella sera non la incontrai.
Era un venerdì sera di inizio primavera, uno di quelli in cui il cielo resta chiaro più a lungo e il centro si popola di studenti, coppie e solitudini travestite da passeggiate. Entrai al Nazionale per un bicchiere di rosso. Lo frequentavo spesso. Sapevo dove sedermi per osservare senza essere visto. Ed eccola lì. Seduta al bancone, un drink rosa tra le mani, lo sguardo incerto che si posava sulle bottiglie, sulle luci, sulla vita. Avrà avuto vent’anni. Piccola di statura, ma con curve morbide e giuste. Portava una maglietta bianca cortissima, un piercing all’ombelico, i jeans che le scolpivano le cosce strette. Mi colpì il contrasto tra la sua fisicità provocante e la timidezza con cui si muoveva. Quasi come se quel corpo non le appartenesse ancora.
Mi alzai, mi avvicinai con calma. 'Aspetti qualcuno?' le chiesi, col tono più leggero possibile. Lei sorrise, sorpresa: 'Una mia amica, ma credo mi abbia dato buca.' Ci fu una pausa, poi ci presentammo. Si chiamava Alice. Era arrivata a Padova da pochi mesi per l’università. Studiava lettere, viveva da sola in un monolocale nei pressi del Prato. Parlammo per mezz’ora. Nulla di speciale nei contenuti, ma era tutto nei silenzi, negli sguardi, nel modo in cui giocava con la cannuccia mentre parlava. Quando le proposi di accompagnarla a casa, accettò.
Sulla soglia del suo portone ci fermammo. Mi guardava come se aspettasse qualcosa che non sapeva nominare. Le sfiorai la guancia, le dissi solo: 'Vorrei rivederti.' Lei annuì. Non ci fu bisogno di altro.
Il giorno dopo, era sabato, mi mandò un messaggio. ‘Vieni a cena da me?’ Risposi: ‘Solo se posso cucinare io’. Rideva. La raggiunsi alle otto. Aveva preparato un tavolo semplice, con candele. Indossava un vestito nero attillato, senza spalline. Si muoveva ancora con un po’ di goffaggine, ma i suoi occhi brillavano. Mangiò poco. Parlammo tanto. Poi, sul divano, le presi la mano. Tremava. Le sfiorai le labbra, poi il collo. La baciai. A lungo. Sentii la sua schiena inarcarsi. Le mani mi cercavano, incerte. Le sollevai il vestito: niente reggiseno. I suoi seni piccoli e duri si offrirono al palmo come se aspettassero da tempo. Le leccai il capezzolo. Il suo gemito fu un sussurro improvviso. Quando le tolsi le mutandine, la trovai già bagnata. Le aprii le gambe e la leccai lentamente, fino a sentirla stringermi la testa tra le cosce. Poi la presi, guardandola negli occhi. La sua prima penetrazione con me fu lenta, quasi devota. Si muoveva incerta ma assetata. Venni dentro di lei. Non disse nulla, solo si addormentò nuda, tra le mie braccia.
La mattina dopo mi guardò come se non sapesse chi fosse. Le chiesi: ‘Come stai?’ Lei rispose: ‘Confusa. Ma viva’. Le dissi che era solo l’inizio. Da lì iniziammo a frequentarci. Ogni giorno era un passo in più. Le insegnavo a lasciarsi andare, a conoscere il proprio corpo. Una sera le chiesi di lasciarmi legare i polsi. Lo fece senza protestare. La bendai con una mia cravatta, le sussurrai parole sporche nell’orecchio. Il suo respiro si fece ansioso, le gambe tremavano. La presi da dietro, con lentezza prima, poi con forza. Le venni in bocca, e lei non si tirò indietro. Mi fissò, fiera, umida, sorridente.
Un pomeriggio le dissi che avrei voluto portarla in un posto particolare. Le raccontai del ‘glory hole’. I suoi occhi si dilatarono. ‘Mi guarderai?’ chiese. ‘Sì. E guiderò io.’ Quando entrammo nella stanza bianca, fredda, con tre fori nel muro, le mani le tremavano. Le accarezzai la testa, le dissi di fidarsi. Dal primo foro uscì un cazzo nero, enorme. Lei esitò, poi cominciò a succhiarlo. Il secondo era più grosso ancora, con le vene che pulsavano. Il terzo, lungo e curvo. Vennero a turno: uno sul viso, uno sul seno, uno in bocca. Lei era un disastro di piacere. Ma rideva. Rideva con gli occhi pieni di lacrime e sperma. E io non avevo mai provato una tale eccitazione. E non era ancora finita...
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